CONTENUTI ARQUITECTURA VIVA 154 – HOUSES AS SHELTERS
In tempi di tribolazione, la casa offre riparo. Se il mondo che ci circonda è fuori controllo, la tentazione di rinchiudersi nella penombra amniotica della sfera privata è facilmente comprensibile, perché il domestico ci isola dalle convulsioni dell’esterno. Dopo la devastazione causata dal terremoto di Lisbona, Voltaire scrive Candido, una caustica storia il cui ottimismo panglossiano è smentito a ogni passo dalle disgrazie subite dal suo protagonista, fino a giungere alla triste conclusione che, abbandonando i grandi progetti collettivi, «il faut cultivar notre jardin’. In crisi, il giardino degli architetti è spesso la piccola commissione residenziale, un rifugio professionale che permette di continuare a praticare ed esplorare mentre la depressione economica continua ad appassire il paesaggio edilizio, e un intimo recinto per proteggere i suoi occupanti dalle disgrazie inflitteci da il degrado della sfera pubblica. È faticoso sottolineare ancora una volta che la residenza esente non dovrebbe essere l’oggetto prioritario della nostra attenzione. Per ragioni sia ecologiche che etiche, l’intelligenza condivisa degli architetti è meglio utilizzata nelle abitazioni collettive che nelle case unifamiliari. Nel campo dell’ecologia e dell’energia, allo spreco di risorse che comporta l’urbanizzazione dispersa, è senz’altro preferibile la limitata occupazione del territorio favorita da insediamenti residenziali compatti; e nel campo più impreciso dell’eleganza etica, sembrerà sempre più desiderabile impiegare talento e fatica al servizio delle esigenze oggettivabili di una popolazione che nello sforzo di dare forma costruita ai gusti individuali. Alejandro de la Sota pensava che fosse lecito progettare case solo se servivano come test costruttivo o funzionale per opere di più ampia scala e di scopo più generale, ed è probabile che il suo rigoroso requisito sia valido ancora oggi. Per quanto la sociologia dell’abitare abbia preminenza sulla psicologia della casa, quelli qui presentati offrono un ritratto plausibile della Spagna di questo tempo, perché l’accumulo delle sue caratteristiche uniche compone un paesaggio pixelato nel cui profilo riconosciamo il volto di un paese in ore basse, dove alla crisi economica senza fine si aggiunge una delusione per gli spazi comuni e le istituzioni che ci allontanano dal dominio pubblico, spingendoci verso il tiepido rifugio del domestico. Queste seducenti tessere residenziali formano un mosaico amico dalle virtù analgesiche, ma i mali che ci affliggono non si dissolveranno ignorandoli: prima o poi dovremo lasciare il rifugio e iniziare la ricostruzione dell’ambiente collettivo. Non c’è recinto introverso che possa rimanere intatto nelle grandi catastrofi sociali che spaccano i muri delle case e distruggono gli orti faticosamente coltivati.






