Arquitectura Viva 156

Industry Builds

 

 

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CONTENUTI ARQUITECTURA VIVA 156 – INDUSTRY BUILDS

L’architettura ha bisogno dell’industria, ma non capita spesso che l’industria reclama l’architetto. A più di un secolo dalla fondazione del Werkbund, la necessaria contaminazione tra arte e fabbrica è, in molte aree geografiche, più un’aspirazione che un processo. All’alba del 20° secolo, la Germania si proponeva di rimediare alla propria arretratezza produttiva rispetto agli inglesi e ai nordamericani amalgamando l’arte con l’industria, affinché le sue manifatture potessero competere con successo sui mercati mondiali; All’inizio del 21° secolo, il Paese è sinonimo di eccellenza industriale e muscolo esportatore, mentre l’Europa mediterranea lotta con le proprie carenze produttive, riluttante a riformare anche se il divario economico tra nord e sud del continente è in costante crescita. Forse a queste latitudini ci vuole un nuovo Hermann Muthesius che non prenda a modello Das englische Haus, ma le conquiste del settore edile in Germania. Alla domanda sui suoi sentimenti per la Germania, Angela Merkel ha dato una risposta che da allora è stata citata spesso: “Sto pensando alle finestre stagne! Nessun paese può realizzare finestre così ermetiche e belle (dichte und schöne Fenster)». Che sia o meno, come sostiene Timothy Garton Ash, un esempio esemplificativo di quella “banalità del bene” che riassume le virtù dell’attuale Repubblica Federale, l’osservazione del cancelliere si situa in esatta continuità con i dibattiti del Werkbund sulla necessità di sviluppare tipi (Typisierung) per standardizzare gli elementi dell’edificio e per la costruzione di beneficiare della precisione di finitura del settore. “L’esportazione richiede – come direbbe Muthesius ai suoi colleghi riuniti a Colonia nel 1914 – aziende grandi, efficienti e dal gusto impeccabile”. Peter Behrens avrebbe concretizzato questa fusione di design e industria presso l’AEG di Rathenau e la sua esperienza potrebbe ancora fungere da riferimento per molte delle nostre aziende. Sia le forme espressive degli elementi standardizzati prodotti dalla macchina, sia le forme di organizzazione dei processi industriali sono ancora estranee alla formazione e alla pratica di buona parte degli architetti, scomodi con l’estetica ingegneristica e resistenti alla rigidità della fabbrica. E lo stesso accade con una schiera di piccole imprese edili artigiane, oggi devastate dalla ‘distruzione creativa’ che Werner Sombart e Joseph Schumpeter teorizzavano come un sano risultato della crisi, ma nonostante tutto fiduciose di rinascere dalle proprie ceneri e di tornare all’attività come di consueto appena cambia la direzione del vento, senza capire che quella attuale è una frattura sistemica senza possibilità di ritorno. Il nostro futuro è l’industria, e die Selbstbehauptung Europas, l’Europa competitiva e sostenibile a cui aspirano la Germania e il resto del continente, richiede una trasformazione radicale del settore delle costruzioni e della mentalità degli architetti.

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