Arquitectura Viva 163

Small Spain

 

 

22,00

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CONTENUTI ARQUITECTURA VIVA 163 – SMALL SPAIN

Quando si è svegliato, la crisi era ancora lì. Parafrasando la micro-storia di Monterroso, ci rifugiamo nel fertile territorio dei progetti e dei sogni per evitare di affrontare la desolazione di un paesaggio professionale e personale che ha subito uno tsunami devastante, ma quando apriamo gli occhi il dinosauro della crisi continua caparbiamente con noi, condizionando ogni performance e ogni gesto. Sono trascorsi quasi sei anni dal fallimento di Lehman Brothers nel 2008 – un disastroso 15 settembre che forse segna una svolta più indelebile del tragico terrore dell’11 settembre – la Spagna continua ad essere impantanata nella stagnazione economica, politica e sociale, e il I giovani cercano l’ottimismo e la promessa della bottiglia mezza piena con progetti minuscoli che permettano loro libertà sperimentali e diano loro gratificazioni sentimentali: sono opere piccole per dimensione e grandi per ambizione, impegno e talento, che cristallizzano collettivamente un ritratto pixelato del paese in questo momento. Nel primo anno di crisi, la nostra rivista sorella AV ha segnato i suoi primi venticinque anni con cinquanta opere minime (AV 140, 2009), e in quell’occasione abbiamo presentato il numero con gli attesi esempi luminosi di architettura minuscola e minuscola, da Tempietto a San Pug, e gli immancabili richiami alle virtù del piccolo, promossi nella controcultura degli anni Settanta con il motto coniato da E.F. Schumacher in un libro di cui all’epoca pubblicai l’edizione spagnola e che ora funge da titolo per l’articolo introduttivo di Emilio Tuñón. Ma cinque anni dopo quel numero, il dinosauro è ancora qui, e lo sforzo per trovare la bellezza nel piccolo e la salute nella cura dimagrante a cui è stata sottoposta l’architettura inizia a suonare vuoto e a mostrare segni di svenimento. Lo sforzo di recupero va in pezzi nelle dighe delle élite egocentriche e l’agitazione intenzionale dei giovani svanisce nello scoraggiamento o si esaurisce nella fatica. La volontà di fare architettura in un ambiente ostile la dice lunga sulla tenacia resistente di questa nuova generazione, capace di trovare sfide tecniche, programmatiche ed estetiche in piccole commissioni. Tuttavia, non è detto che il futuro di una professione che cerca di reinventarsi sia necessariamente su piccola scala, anche se molti di questi interventi ci commuovono con l’intensità folle e ossessiva della loro dedizione disciplinare. L’immagine di copertina, una pavimentazione italiana che Izaskun Chinchilla ha accostato casualmente, evocando con l’artificio cromatico delle venature del legno una genealogia artistica che rimanda al cubismo attraverso l’interpretazione pop di Eduardo Arroyo o del Crónica Team, è un buon esempio di quell’emozionante e dedizione eccessiva. Quando il territorio urbano mondiale è triplicato dal 2000, è lecito chiedersi se il ruolo degli architetti non richieda altre scale, e forse anche altre geografie.

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