CONTENUTI ARQUITECTURA VIVA 185 – FOR CHILDREN
Le architetture dell’infanzia ci riportano all’infanzia dell’architettura. Se è costruito per i bambini, gli spazi diventano essenziali, primo vocabolario di materiali, forme e colori; se i lavori sono eseguiti in ambienti precari, l’impegnativa disciplina dell’economia esige il laconismo delle elementari; e se gli edifici sono costruiti in climi estremi, lo sforzo di offrire riparo diventa inseparabile dallo sforzo di raggiungere il comfort ambientale più elementare. Con il progetto scolastico si ritorna al bambino che eravamo, ma si ritorna anche alle origini dell’architettura, a un momento aurorale che indissolubilmente intreccia la biografia dell’individuo e lo sviluppo della disciplina per riformulare questioni fondamentali, perché in quelle costruzioni che abbiamo qualificato con gli aggettivi essenziali, elementari e basilari sta la sbiadita dignità dell’architettura, la sua reticente vocazione al servizio e la sua sbiadita componente etica. Anche se segnate dalla necessità, le architetture dell’infanzia sono anche architetture di libertà, ambienti gioiosi dove l’attività dei bambini contamina fruttuosamente lo sguardo geometrico dell’architetto, e dove l’ordine rigoroso della pedagogia si sposa con gli schemi casuali di recesso, intrecciando insegnamento e gioco in un arazzo inaspettato ed esatto. E pochi progetti in fondo ideologici come quello della scuola, perché ogni rivoluzione o utopia pedagogica ha avuto il suo correlato spaziale nelle architetture destinate ai bambini, comprendendo bene che i diversi scenari scolastici impediscono o stimolano l’espressione delle priorità e dei metodi di ogni approccio : dall’aula senza banchi all’aula senza pareti, i futuri adulti coniano talento e sensibilità con stampi architettonici che non sono altro che manifestazioni fisiche di idee immateriali, ma non meno potenti agenti di divenire collettivo. La comunità, che è presente nella scuola attraverso la formazione e la modellazione del carattere dei cittadini di domani, appare in modo più diretto ma meno trascendente attraverso l’uso delle strutture scolastiche da parte della popolazione nel suo insieme —particolarmente rilevante in ambienti depressi o segnate dalla scarsità, dove è difficile avere premesse specifiche per questi compiti, e soprattutto per la capacità delle scuole di fornire identità e orgoglio civico a paesi o quartieri, trasformati in veri condensatori sociali che uniscono le energie dei giovani, adulti e anziani, radunati nel luogo segregato e sacro dei bambini. Se non c’è investimento più redditizio dell’istruzione, forse non ci sono opere più fertili di quelle scolastiche, perché in quelle architetture per bambini si crea il futuro di tutti, tornando alle prime parole di costruzione e infanzia condivisa.






