Arquitectura Viva 221

Zaha Hadid Architects

 

 

21,00

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CONTENUTI ARQUITECTURA VIVA 221 – ZAHA HADID ARCHITECTS

Questo gennaio AV/Arquitectura Viva compie 35 anni e io ne ho 70, quindi posso dire senza iperboli che ci ho dedicato metà della mia vita. Non è però questa piccola organizzazione ad avere una mia presenza più lunga, perché quando varco il confine del pensionamento obbligatorio lascio un’università dove sono professore per 52 anni. Nel 1968 ho iniziato i miei studi di architettura al Politecnico di Madrid, ma contemporaneamente sono stato assunto come Course Manager al Complutense per insegnare l’inglese —l’unica disciplina che non richiedeva un diploma universitario— a due gruppi di laureati, uno astronomi e gli altri botanici. , con i quali ho continuato fino a quando sono entrato a far parte dell’ETSAM come professore, tanto da dedicare più di mezzo secolo alla didattica universitaria. E il mio percorso nella comunicazione non è stato molto diverso, perché se non ho iniziato a scrivere regolarmente su riviste e giornali fino alla metà degli anni ’70, il mio primo articolo è stato pubblicato nel 1967 sul quotidiano Lucha de Teruel. Giunti inevitabilmente alle ultime tappe del viaggio, forse non è inopportuno voltare la testa per vedere in prospettiva ciò che resta. Gli anni Settanta furono radicali in Spagna, con le speranze riposte dalla fine della dittatura, e fuori di essa con gli echi del grande sconvolgimento del 1968; gli anni ’80, invece, porterebbero la controrivoluzione conservatrice di Thatcher e Reagan, e le architetture gentili di quello che definiamo il “decennio rosa”; il seguente, in mancanza di un nome migliore, finì per essere descritto sulla rivista come il ‘decennio digitale’, e non c’è dubbio che la tecnologia avrebbe trasformato le nostre vite durante queste ultime fasi del 20° secolo; Il primo decennio del 21° secolo ha avuto molti nomi, ma “immobiliare” o “bolla” sembrano appropriati per un periodo in cui l’11 settembre non ha fermato la crescita metropolitana o l’architettura iconica; è più difficile qualificare quella che ora chiudiamo, segnata dall’impatto della crisi finanziaria del 2008 e dalla generalizzazione del malcontento. Chiudendo un decennio variamente chiamato populista o identitario, entriamo in una terra sconosciuta coperta da paure millenarie dell’emergenza climatica, dall’ascesa dell’autoritarismo demagogico e dalla trasformazione della geopolitica e della vita quotidiana con il potente emergere dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie. Non è detto che il senno di poi ci illumini sul futuro che ci sta precipitando addosso, perché se la storia non è mai stata una magistra vitae, l’attuale accelerazione dei cambiamenti tecnici e sociali produce solo vertigini. Ma la resilienza degli esseri umani e la tenacia delle loro strutture materiali e simboliche invitano alla speranza, anche se non possono gettare luce sul futuro. Sappiamo che l’unica costante è il cambiamento, e ad esso ci adatteremo, acutamente consapevoli di essere gettati nella corrente impetuosa del tempo, ma anche convinti di poter navigare in quel mare incerto.

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