Domus 1091

Giugno 2024

15,00

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CONTENUTI DOMUS 1091 – GIUGNO 2024

Norman Foster dedica il numero di giugno alla cultura e al tempo libero, indagando i luoghi, gli oggetti e le opere in cui si manifestano attività quali l’intrattenimento, lo sport e le attività comunitarie. L’editoriale è dedicato alla curatela, alla dimensione della mostra come lavoro collettivo, tanto quanto quello del progetto. Un mondo, quello delle mostre, in cui Foster ha “esplorato il modo in cui i confini tra arte, architettura e design possano essere abbattuti, per mostrare come queste discipline siano culturalmente connesse”. Questo approccio “di squadra”, continua Foster, “è l’opposto del metodo tradizionale, in cui l’architetto disegna l’edificio per poi trasmettere il lavoro alle altre figure professionali”.
I tre saggi espandono alcuni temi specifici, dalla sostenibilità legata alla dimensione del museo, fino al rapporto fra l’intelligenza artificiale e le arti. Manuel Zugaza, storico dell’arte e museografo spagnolo che attualmente dirige il Museo de Bellas Artes de Bilbao, racconta come arte e cultura siano state fondamentali nel produrre cambiamenti urbani focalizzati sulla sostenibilità, e come l’architettura museale sia stata in grado di farsi terreno di sperimentazione per “far progredire tutto ciò che è nuovo”. Josh Berger, imprenditore e produttore nell’ambito dei media e dell’intrattenimento, spiega come la recente esplosione di nuovi generi nel suo settore, le nuove modalità di consumo degli eventi e la democratizzazione della produzione dei contenuti stiano portando a un futuro imprevedibile, assieme eccitante e terrificante. Il direttore artistico delle Serpentine Galleries, il curatore Hans Ulrich Obrist, ragiona su come l’arte rappresenti un indispensabile strumento di addestramento percettivo, utile per prepararci ad affrontare gli sviluppi sociali che abbiamo di fronte, che oggi riguardano in particolare il rapporto con la tecnologia.
La sezione Architettura raccoglie progetti di recente realizzazione in Cina, Stati Uniti d’America, India e Australia. Julian Worrall analizza il primo lavoro di Junya Ishigami + Associates in Cina, il Zaishui Art Museum, che immagina un nuovo rapporto fra architettura e natura a partire dalla relazione con un paesaggio acquatico. Sempre in Cina, lo Yunhai Forest Service Station di Shenzhen di Line+ Studio viene descritto da Guanghui Ding come un palcoscenico da cui guardare il paesaggio, ma, allo stesso tempo, come un oggetto che esprime il potenziale mediatico dell’architettura. Alessandro Benetti scrive del Perelman Performing Arts Center (Pac Nyc) di Rex, ultimo degli edifici pubblici previsti dal master plan del 2004 per l’area del World Trade Center di New York: una scatola preziosa, fatta di marmo portoghese, che cela un’esuberanza macchinista. Wanli Mo guarda alla ristrutturazione radicale della Book City di Shanghai, progettata da Wutopia Lab, dove viene enfatizzata una dimensione esperienziale attraverso grandi vuoti aperti in sezione e spazi dedicati ad attività pubbliche. Laura Ragazzola scrive di The Opera Park a Copenhagen, un’area abbandonata ridisegnata da Cobe come un’oasi urbana verde e biodiversa dedicata a svago e relax. In India, nei pressi di Bangalore, A Threshold ha realizzato un centro ricettivo e per la comunità che parte da risorse materiali e di conoscenza locali. Qui, scrive Shaikh Ayaz, i progettisti “hanno voluto esplorare il potenziale sociale dell’architettura, soprattutto l’idea che il progetto debba essere un’estensione della natura, piuttosto che una forza ostile che la domina”. A Melbourne, invece, si trova l’MPavilion 10 di Tadao Ando, di cui scrivono Urtzi Grau e Guillermo Fernández-Abascal. La vita del padiglione, ultimo nato della serie di architetture effimere commissionate dalla Naomi Milgrom Foundation, verrà estesa fino al 2025.

Per la sezione Arte, Francesca Bonazzoli incontra Ai Weiwei presso la Galleria Continua a San Gimignano in occasione della mostra “Neither Nor” (fino al 1.9.2024). L’artista pechinese sottolinea il valore della libertà, il potere dei sentimenti e la difesa dei valori umani. “Penso come artista di avere responsabilità politiche e sociali, ma non pretendo di difendere un diritto a scapito di un altro. Quello più importante è la libertà di parola, mentre oggi c’è un forte senso di esclusività e una mancanza di tolleranza per prospettive alternative”, ha dichiarato.

Per la sezione Design, Tim Abrahams legge il progetto della torcia per i Giochi olimpici e paralimpici di Parigi 2024 come una rappresentazione in nuce della Francia di Emmanuel Macron: funzionale, ma con un tocco audace.

Le scenografie cinematografiche di Ken Adam sono oggetto della sezione Archivio. I mondi che è riuscito a sviluppare, tra gli altri, per i film di James Bond tra il 1964 e il 1979, hanno trasformato e reinventato lo spazio in modi che gli architetti avevano appena iniziato a immaginare.

Per Foster sull’arte, l’architetto britannico sceglie di parlare della scultura monumentale di bronzo di Henry Moore realizzata nel 1978 per il prato del Sainsbury Centre for Visual Arts: uno spunto per riflettere fra arte, architettura e paesaggio. In Book reviews, Luca Galofaro recensisce tre libri – di Susan Magsamen e Ivy Ross, Winfried Nerdinger e Wilhelm Vossenkuhl, e Werner Blaser – che raccontano del ruolo di arte e cultura del progetto nel dare forma a una vita migliore. In Postscript, Foster fa un parallelo fra la gestione di un progetto e una delle sue più grandi passioni: la maratona sugli sci.

L’intervista di Norman Foster a Mohamed Khalifa Al Mubarak, presidente del dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi, tratta dello Saadiyat Cultural District e il suo rapporto con il contesto. Il progetto del distretto, oltre a essere collezione di edifici, tutti raggiungibili a piedi l’uno dall’altro – come il Louvre Abu Dhabi di Ateliers Jean Nouvel (2017) e lo Zayed National Museum (2025) di Foster + Partners – “sottende una visione molto ampia e ispirata” dichiara Foster.

In Cover story, il fotografo canadese Edward Burtynsky racconta lo scatto di copertina che ha per oggetto un tratto della costa della località spagnola di Benidorm. Un modello ad alta densità fatto di tourist block che, nonostante siano associati al turismo di massa, rappresentano un paradigma di efficienza sociale e ecologica.

Nella sezione Diario, Massimo Valz-Gris racconta della lectio magistralis di Norman Foster al Politecnico di Milano, nell’edificio Trifoglio di Gio Ponti, durante la Milano Design Week. Paul Smith descrive i filari d’alberi frangivento come dispositivo ecologico, mentre Francesco Franchi tratta dell’immagine coordinata del New York Botanical Garden (Nybg). Lo studio Sabotage Practice è oggetto della rubrica Human Design di Paola Carimati, mentre Loredana Mascheroni si concentra sulla mostra di Konstantin Grcic “Match: Design & Sport – A Story Looking to the Future”, aperta al Musée du Luxembourg di Parigi fino all’11 agosto. In Talenti, Silvana Annicchiarico racconta del lavoro di Giles Tettey Nartey, designer britannico-ghanese. In Emerging territories, Javier Arpa Fernández guarda alla trasformazione di Riad da incubo urbano a oasi verde. Cristina Moro, in Mnemosine, tratteggia la storia della sedia Ax progettata da Peter Hvidt (1916-1986) e Orla Mølgaard-Nielsen (1907-1993) e rieditata dal marchio &Tradition. L’architettura dell’evento fra spettacolo e crisi ambientali è il tema di Punti di Vista, a cura di Giulia Ricci, in cui si confrontano Brando Posocco di Nebbia e Luigi Savio di (Ab)Normal.

In uscita con il numero di giugno, l’allegato EcoWorld è un viaggio nelle ultime ricerche del design che hanno come perno la sostenibilità: dalla ricerca alla produzione, dagli allestimenti all’educazione intersezionale. I testi sono di Silvana Annicchiarico, Paola Carimati, Caroline Corbetta, Valentina Croci, Cecilia Fabiani e Salvatore Peluso. EcoWorld si apre con un focus su quattro materiali raccontati da quattro designer: Francesco Faccin per il legno, Lorenzo Damiani per il marmo, Odo Fioravanti per la plastica e Alberto Meda per l’alluminio.

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