CONTENUTI DOMUS 1116 – OTTOBRE 2026
Ma Yansong: “L’architettura esiste per far accadere le cose”
Nel suo editoriale per Domus 1116, il guest editor 2026 invita a riconsiderare il progetto oltre la stabilità della materia, celebrando gli spazi e le strutture capaci di accogliere i rituali della vita.
Quando parliamo di architettura, il pensiero corre spesso alla pietra, al cemento e a forme solide, costruite per durare centinaia di anni. Siamo abituati a misurare il successo di un edificio in base alla sua longevità, nella convinzione che resistere al passare del tempo rappresenti il massimo valore per l’architettura. In questo numero, tuttavia, vogliamo proporre un modo di pensare radicalmente diverso: il significato del progetto non risiede in ciò che è, ma in ciò che può rendere possibile. L’architettura esiste per far accadere le cose. Il suo valore non si misura nel numero di anni in cui rimane in piedi, ma nelle persone che riesce a riunire, in ciò che mette in moto e nel modo in cui viene ricordata.
Molte opere che hanno avuto una grande influenza erano destinate ad avere vita breve fin dalla loro concezione. Il Crystal Palace del 1851 e la Torre Eiffel, destinata a essere smantellata dopo 20 anni, erano strutture temporanee realizzate per le Esposizioni universali. Il Grand Ring di Expo 2025 Osaka, la più grande struttura di legno al mondo, è stato concepito per durare appena sei mesi. Pur senza aspirare alla permanenza, queste opere hanno lasciato, attraverso grandi eventi pubblici, un’impronta duratura nella memoria collettiva. Lo stesso vale per le Biennali: quelle di Venezia e di San Paolo non trasformano le rispettive città con architetture permanenti, ma ne alimentano la vitalità culturale periodicamente.
Il significato del progetto non risiede in ciò che è, ma in ciò che può rendere possibile. L’architettura esiste per far accadere le cose.
Sotto questa luce, dovremmo anche riconsiderare progetti spesso liquidati come semplici “scenografie”. I palchi per i tour musicali e le installazioni galleggianti per l’opera del Festival di Bregenz durano solo poche serate, eppure devono affrontare grandi sfide costruttive, dai carichi strutturali all’evacuazione del pubblico, fino all’acustica. In questo contesto, l’architettura non è più un semplice contenitore della rappresentazione: è essa stessa rappresentazione.
L’architettura intesa come evento non si manifesta soltanto nelle esposizioni e nei teatri, ma affonda le radici nella vita quotidiana delle persone e nelle tradizioni popolari. La Grande Moschea di Djenné, in Mali, rinasce ogni anno attraverso un rito collettivo di intonacatura che coinvolge l’intera città; la festa stessa diventa uno strumento per preservare l’edificio. Il Sambodromo di Rio de Janeiro è una struttura permanente che prende vita solo per poche notti all’anno, durante il Carnevale. I coloratissimi tappeti di segatura della Settimana santa in Guatemala vengono realizzati con cura meticolosa durante la notte, per poi essere calpestati e ridotti in polvere in pochi istanti dal passaggio della processione. È proprio nella loro natura effimera che risiede la loro essenza.
Spingendoci oltre, l’architettura dovrebbe dare risposta anche ai momenti significativi della vita di ciascuno: dai villaggi per la maternità costruiti per le donne in attesa in Malawi, che racchiudono la promessa di una nuova vita, alle cappelle nuziali di tutto il mondo e al Palazzo dei rituali in Georgia, testimoni dell’unione matrimoniale. Ancora, dai Maggie’s Centres, che donano conforto nella malattia a The Hogeweyk a Weesp, nei pressi di Amsterdam, che accompagna l’invecchiamento, dalla Meditation Forest di Toyo Ito, che offre un luogo per il commiato, fino ai solenni riti funebri del popolo Toraja in Indonesia. Nascita, amore, sofferenza, vecchiaia, morte: ogni momento cruciale della vita merita un proprio rituale architettonico.
In sostanza, arriviamo a comprendere come ciò che l’umanità desidera da sempre non siano semplicemente quattro mura e un tetto. In definitiva, costruiamo spazi per accogliere rituali, incontri, esperienze di vita fugaci, eppure profondamente reali. La permanenza non è l’unica risposta dell’architettura. Quando un evento prende vita, l’architettura è davvero compiuta.



