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Arquitectura Viva 96

Belgica en linea clara

 

 

15,00

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CONTENUTI ARQUITECTURA VIVA 96 – BELGICA EN LINEA CLARA

Avremmo bisogno di Hergé per tracciare un disegno intelligibile di questo Paese diffuso e diviso, e anche allora non sapremmo se la linea netta serva a delimitare il perimetro oa mappare la frattura. Trasferendo le perplessità alpine nel suo paesaggio pianeggiante, potremmo scrivere che Belgique n’existe pas, e in questo caso saremmo anche costretti a offrire una versione bilingue per rendere conto di quella crepa interiore che rende la sua sopravvivenza un’improbabile e rinnovata possibilità. In questi tempi balcanici, la biblioteca dell’Università di Leuven, divisa in due tra Leuwen e Louvain-la-Neuve, fungerebbe da muto simbolo di una spaccatura abrasiva che, se ha evitato le sanguinose catastrofi di altri scenari europei, non può essere descritto come un divorzio di velluto. Cardine e campo di battaglia dell’Europa, sede di istituzioni comuni e teatro in cui si sono insediati i progetti di egemonia del continente, questo paese di cimiteri gotici civili e militari, birra scura ed eurocrati grigi, è anche un artificio culturale che sostiene sulla pittura fiamminga e La prosa francese, con il tocco surreale che le danno Magritte o Delvaux e la dimensione tragica che aggiunge l’aver conosciuto il cuore delle tenebre nel Congo di Leopold. Oggi, sebbene il Belgio coni monete per celebrare il 75° anniversario di Tintin, questo ambiguo eroe di lingua francese rappresenta forse il Paese meno di un paio di ironiche tenniste Gemelli – Justine Henin dalla Vallonia e Kim Clijsters dal fiammingo – la cui gerarchia rivale esprime bene il festa d’orgoglio di una piccola nazione. Impigliato con la Spagna in un cortese labirinto di armi e arazzi che si estende da Felipe el Hermoso a Fabiola, il paese che dal 1831 è chiamato Belgio iniziò ad insediarsi in un crogiolo di conflitti i cui protagonisti furono Carlo V nato a Gand, il duca di Alba dei Tercio di Fiandra e Alessandro Farnese che, in conflitto con Guglielmo d’Orange, cristallizzò nel 1585 un soggetto politico tenacemente persistente. Da questo comune transito storico provengono i tetti aguzzi di El Escorial, frutto dell’ammirazione di Felipe II e Herrera per Bruges, e il modo in cui il monastero concilia il classicismo italiano e il gotico fiammingo funge da emblema di altri incontri tra il Sud del Mediterraneo e il Il Mare del Nord è germogliato nella pittura e nelle arti della penisola. Il Novecento è stato più avido di scambi, e l’architettura di Horta o di Van de Velde arriverebbe superficialmente come le immagini filateliche dell’Atomium all’Expo’58, l’antimodernità resistente degli AAM o il populismo partecipativo di Lucien Kroll . Nel frattempo, una nuova generazione di raffinato laconismo cosmopolita, forgiato nelle opere domestiche e nel dialogo intelligente con l’arte, raggiunge la maturità delle commissioni pubbliche. Si potrebbe pretendere che il suo linguaggio conciso sia testimonianza del peso crescente dell’eredità calvinista e repubblicana nella sua lotta contro il cattolicesimo figurativo e monarchico; ma c’è più in sintonia con il tempo unanime del mondo che la passione iconoclasta in questi architetti dall’identità sfocata e dalla linea netta.

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